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Un avvocato, un tavolo e Mastro T.

Un giovane avvocato chiama perché vorrebbe far costruire un tavolo per il suo studio. Ha una vaga idea di come lo vorrebbe, mostra un’immagine. Un tavolo dal piano in vetro e la base in legno di noce. Forme geometriche e pulite, linea essenziale, elegante. Poi l’immagine passa a un designer e il tavolo prende forma.

Trasparente e solido, chissà, forse così come dovrebbe essere il rapporto tra un avvocato e il suo assistito. Vetro e legno. Da una parte l’esposizione sincera dei fatti, il racconto nudo degli eventi, la fragilità di certe emozioni; dall’altra la forza della giustizia, della ragione e della logica, di una difesa. La forza di una arringa, la sua costruzione lineare, le sue parole semplici e chiare, beninteso, non sciatte, anzi precise ed espressive.

Chissà se dietro alla scelta o al progetto di un tavolo può esserci tutto questo. Chissà.

 

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La vita di una quercia | Mastro T, il legno di quercia, un tavolo e una libreria

“Avrei bisogno di un tavolo e di una libreria”, così esordisce un cliente in un pomeriggio qualsiasi, “ma vorrei utilizzare il legno di una vecchia trave senza lavorarlo troppo”.

Legno di una quercia locale, tarlatissimo; chissà quella quercia in quale campo avrà fatto ombra, a quanti uccelli avrà offerto riparo e quanti maiali avranno mangiato le sue ghiande. Chissà di cosa è morta e chissà quanti picchi saranno rimasti senza nido dopo la sua scomparsa. Come sarà diventata una trave? avrà sostenuto un solaio o un tetto?, di quanti schiaffi e tradimenti, baci, estasi, manie, carezze e confidenze sarà stata testimone? Chissà se avrà sentito le pareti tremare, se si sarà schiantata sul pavimento insieme al tetto o al solaio, o se invece avrà resistito alle scosse, al peso, al tempo. Chissà.

Comunque, nonostante gli anni e le metamorfosi, quella quercia vive ancora; grazie a chi ha deciso di non dimenticarla.

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“Noi siamo alberi e gli alberi sono uomini” | Mastro T e Mauro Corona

 

E così nel bosco, proprio come nella società, sembra che ci siano i buoni e i cattivi, gli umili e gli arroganti, i lavoratori e gli scansafatiche, i belli e i brutti. Per lo meno così risulta passeggiando con Mauro Corona tra gli alberi di Erto.

Corona ci racconta delle piante che popolano il suo bosco e ce ne parla come se stesse parlando di amici e nemici di lunga data. Attraverso le sue parole scopriamo che ogni albero ha un corpo e un carattere, un’attitudine. Inoltrandoci insieme a lui incontriamo l’acero, all’apparenza forte e sicuro di sé invece fragile e con la tendenza a farsi dominare. Il maggiociondolo che si piega e vive di stenti, contento del poco di cui dispone; schivo e riservato ma basta che gli tendi la mano e lui è pronto ad afferrarla per non lasciarti cadere. La betulla: alta, elegantissima, diritta. Basta un soffio di vento e inizia a ondeggiare richiamandoti a ballare insieme a lei. Fragile eppure con una forza di volontà e una resistenza insospettabili. I filari di faggi sono la grande umanità del mondo, la folla, la massa: la fabbrica funziona perché ogni mattina ci sono loro a timbrare il cartellino, i lavoratori coscienziosi. Umili, semplici e di cuore. Come potrebbe vivere una società soltanto con il timido maggiociondolo o con la raffinata betulla o con il duro ma vulnerabile acero? Poi c’è il tasso che non chiede mai nulla, che nato con la camicia non ha bisogno di mendicare attenzione. È un albero fortunato ma delicato, non adatto alla fatica e alla sofferenza. Il nocciolo è uno spilungone ben vestito che quando lo vedi ti da l’idea del furbetto che non vuole fare nulla, la fatica lo spaventa a tal punto che rifiuta persino di crescere e diventare grosso. Al pari di tutti i vili e i fannulloni si fa forte nel branco, per questo cresce insieme agli altri noccioli formando delle combriccole. Il carpino, il solitario che ama contemplare l’orizzonte; simile all’ulivo per le forme contorte ma, mentre “l’ulivo esprime e lascia vedere le tribolazioni”, il carpino trattiene tutto il dolore dentro di sé. Se il più testardo è il carpino, il più sfortunato è il pioppo: appartiene alla “schiera dei disgraziati”, quelli che non solo non hanno pregi ma nemmeno la salute, che vivono aspettando che la morte vada a prenderli. Ed è “con la morte che avviene il riscatto: stritolato dalle macine e pressato il pioppo si trasforma in carta per offrire rifugio alle parole”. La muga, o pino mugo, è la cattiva per antonomasia; “subdola di natura, cresce falsa e disonesta ed è anche rompiscatole. A differenza dell’agrifoglio che tiene per sé la cattiveria, lei la dispensa a piene mani al prossimo”. Come i noccioli e i sambuchi, anche lei prende forza dal branco. L’agrifoglio è superbo, non vuole diventare vecchio e non vuole essere avvicinato, vuole solo essere ammirato. Mentre l’agrifoglio mostra subito la sua cattiveria, il sambuco, “gracile e inutile ma con progetti ambiziosi e violenti”, la nasconde come qualsiasi meschino. L’acacia è durissima, taciturna, solitaria anche se in gruppo, burbera e inattaccabile. Ci sono legni che resistono finché non vengono spaccati e soccombono, altri invece che pur di vivere preferiscono piegarsi. Un albero che non si rompe mai è il viburno, il saggio che la sa lunga e che da buon opportunista si piega per non farsi spezzare. La calma dell’abete bianco è solenne e “tutti gli alberi, anche i più invidiosi e cattivi, lo accettano nel ruolo di grande controllore e padre”. È un giudice di pace sereno e dalla grande sensibilità, che consapevole della fallacia dell’animo cerca sempre il lato buono in ognuno dei suoi simili esercitando l’autorità senza arroganza. Il noce è un buon albero ma sempliciotto e vanitoso. Era un albero normale con qualche bel pregio finché qualcuno notandolo non lo ha reso potente e celebre, al punto che è ormai impossibile fermare la sua ascesa arrogante. L’opposto del noce per stile e carattere è il larice: l’amico, il fratello maggiore. Il pino sa sempre come aiutarti ma è vulnerabile e bisogna proteggerlo: “lui ti aiuta nel bosco ma pretende protezione e vuole stare dentro casa, altrimenti si rovina”. Poi ci sono piante che sono emigrate dal bosco per trasferirsi in città, alla ricerca del benessere. Come il ciliegio, il pero e il melo. Buoni d’animo e dal temperamento mite, rappresentano gli affetti e le cose buone della vita. Il tiglio è quasi fratello del pioppo ma meno disgraziato. Per uscire dalla sua misera condizione ha voluto esagerare e siccome non è un raffinato è caduto nella trappola della banalità: crede che basta spruzzarsi tanto profumo quando arriva la primavera per cambiare la propria origine. Maleducato, si fa strada alzando la voce, spingendo e sgomitando. Non conosce il rispetto per il prossimo e, come tutti i falsi, “quando incontra l’abete bianco china la testa e diventa servile per poi sfogarsi con i più deboli”. Quanta differenza tra il tiglio e il cirmolo, eppure profumano entrambi. All’apparenza ombroso e taciturno, il cirmolo possiede un’indole buona che nasconde nel quieto vivere. La quercia è la massaia, la donna che ha cresciuto la famiglia e poi si è rilassata. “Alta, grossa e sempliciotta. Non ha picchi di emozioni e sta lì a registrare gli avvenimenti che riferisce con bigotteria e quel senso dello scandalo tipico di chi non può commettere certi peccati”. L’ulivo non è un albero del bosco. È lo straniero, l’esotico. “Un albero nobile, bello e disperato che cresce nutrendosi di un dolore antico che lo deforma e lo contorce in curve impressionanti”.

Forse, se facessimo silenzio e imparassimo a osservare, anche noi riusciremmo a sentire le voci del bosco, a riconoscerle. Impareremmo a deporre l’accetta. Riusciremmo ad apprezzare l’abete e a ridimensionare il noce.

E il rovere? Di sicuro è un gran intenditore di vini, ma cosa ci direbbe?

 

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