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Elogio al restauro. Appunti per un esagerato romanticismo del lavoro ai tempi del Covid19

Al tempo della tecnologia, degli schermi luminosi sempre accesi, della connessione fra mondi lontani, della navigazione senza vela, del 10G, delle piattaforme sociali, dei soldi APParentemente facili e dei vari modi molto smart di lavorare, mi chiedo perché e per quale ancestrale-assurdo-sconosciuto e anche strano motivo noi, quelli dell’accademia di belle arti e nello specifico io e le mie colleghe di sempre Giulia, Monica e Giada, scegliamo ogni giorno di aprire il nostro laboratorio di restauro. Mi chiedo perché scegliamo ogni giorno di mettere da parte i nostri abiti migliori e di indossare le divise da lavoro, perché scegliamo di usare le mani nonostante sappiamo che finiranno per essere sporche e stanche, perché mettiamo il massimo impegno e curiamo ogni dettaglio nonostante talvolta vorremmo dire di aver finito o avremmo bisogno di respirare aria priva di solventi; mi domando perché usiamo anima, corpo e intelletto per risolvere enigmatiche e imprevedibili problematiche di lavoro non presenti nei nostri libri di studio. Mi chiedo perché quando ancora la nostra moneta era la lira io non abbia scelto l’euro invece di tenere la lira come unità di misura del mio futuro, mi domando perché Monica usi da anni un quarto della sua giornata per lasciare scie di carburante in superstrada e metà del suo tempo per dare il meglio in una bottega di provincia o perché Giada sacrifichi le sua riserve di energia per rendere un buon lavoro un lavoro migliore o perché Giulia si impegni da anni a proteggere la chiave del laboratorio affinché non si perda in questa giungla globalizzata. Eppure nel tecno-artigianato gli unici clic che sentiamo sono quelli delle tempere che chiudiamo, gli schermi luminosi che abbiamo sono le superfici bagnate dalle vernici, il tasto che usiamo di più è “premere-forte-sul-pezzo-da-incollare” e il nostro mondo social è fatto di noi e soltanto di noi, che suona tanto antico. Insomma, tagliando la testa al toro e mettendo le parole al chiodo, perché abbiamo scelto di fare i restauratori?
Non essendo un uomo globalizzato non sono in grado di dare una risposta global ma ne posso suggerire una personale e soggettiva che spero potrà essere condivisa dai miei colleghi.
Tanta prefazione per cosa poi? Si potrebbe asserire, insomma, che in fin dei conti aggiustiamo cose, oggetti, tele e muri. Ma la domanda giusta, secondo me, non è cosa ripariamo ma che significato ha, ha avuto e avrà in futuro quella cosa. Stando chino su una tela o in piedi su un ponteggio o impegnato con un mobile per ore e per giorni qualche risposta l’ho intuita e proverò a condividerla con voi.
Ho capito che restaurare è conoscere. Conoscere una pila interminabile di cose. Conoscere le tecniche del passato, il modo di costruire, la maniera di realizzare opere d’arte e oggetti d’artigianato. Restaurare è conoscere chi lo ha realizzato, è conoscere la sua mano e immaginarla muoversi attraverso i segni del pennello, la quantità e la qualità di materia utilizzata, la scelta dei colori. È conoscere il giornale, appiccicato sul retro della tela o messo come protezione dentro un cassetto di un arredo, che leggeva l’artigiano. È conoscere la sua scrittura nella firma o grazie a una dedica nascosta sul fondo di un comò. È apprezzarne le sue qualità e talvolta avere la sensazione di sentire addosso la sua voglia, di intuire lati del suo carattere osservando la precisione degli incastri e la perizia dei dettagli oppure valutando le proporzioni e l’accuratezza dei soggetti dipinti; è riconoscere la scuola in cui ha trascorso anni a imparare, è individuare i suoi amici e i suoi nemici, conoscere chi ha condiviso le stesse esperienze, attinto allo stesso sapere, usato gli stessi cartoni da disegno o imparato dalla stessa bottega da cui ha imparato lui.
E dalla conoscenza dell’opera ne esce un ritratto. Allora voglio permettermi di dire che il restauro è il pennello con cui ritrarre uomini e donne di un’altra epoca. Ritratti fatti di immagini a colori da trasmettere alle generazioni future. Una collezione variegata piena zeppa di dettagli, particolari, soggetti e oggetti che raccontano la vita, la società, l’economia, i gusti, i materiali e le possibilità tecnologiche di un tempo passato. Raccontano le storie di gente povera che utilizzava i legni del proprio orto e di persone benestanti che reperivano seta pregiata dalla Cina. Sono immagini romantiche di una cultura passata, come quelle delle cassapanche dei corredi che raffigurano due innamorati che si incontrano nel pannello centrale dell’arredo. Sono musei da conservare gelosamente; sono libri di storia in cui miti e leggende, guerre o amori, visi e bestie, illuminati e matti, paesaggi, poeti, case, aristocratici, cani, amanti e divinità sono messi al servizio della nostra conoscenza. Ma gli oggetti restaurati sono anche fotografie: il mondo è pieno di rullini di proprietà delle persone a cui sono appartenuti. Perché in quei mobili, vicino a quei mobili, davanti a quei dipinti, appoggiati a quei muri, le persone hanno riso e pianto, amato e odiato, hanno lottato e si sono arrese. I mobili hanno fatto da sfondo alle loro storie di vita, talvolta hanno nascosto segreti e altre hanno custodito sorprese; hanno preso calci dalle persone arrabbiate e sono stati accarezzati dagli olii delle donne di servizio; hanno fatto giocare bambini e riposare animali. In alcuni di loro sono ancora incise le sentite parole di una lettera a una donna o di un’ammissione di colpa. Sono presenti i segni d’inchiostro causati dalla sbadataggine. In altri ci sono cumuli di cera fatti da candele accese durante una serata di novembre e bruciature di teiere utilizzate da una famiglia durante un acceso confronto.
Allora mi viene da dire che il restauro è rispetto per chi è vissuto prima di noi, poveri o ricchi, preti o pagani, padri e madri che hanno lottato per lasciarci quello che faticosamente hanno comprato e conservato in vita. Per lasciarci pezzi della loro esistenza e raccontarci qualcosa di loro; è un album pieno di istantanee che consegniamo alle generazioni future affinché ne respirino l’odore e ne sentano la presenza.
Restaurare non è solo una forma di rispetto storico ma anche sociale e ambientale. Ti obbliga a rispettare la vita e gli spazi di popoli geograficamente lontani. Ti propone di rispettare la loro terra e le loro materie prime. Il restauro è un modo per risparmiare risorse preziose per chi verrà dopo di noi. Ed è sorprendente anche per me che sto scrivendo constatare che la parola conservazione, parola chiave del nostro mestiere, ha a che fare con mondi e significati che vanno ben oltre l’oggetto restaurato. E in qualche modo, a mio parere, ha a che fare con il nostro modo di sentire il tempo e vederlo materializzarsi sui nostri corpi. Il restauro ci invita a saper accettare il tempo che passa e modifica i nostri volti, allarga e chiude le nostre ferite, produce e asciuga le nostre lacrime; il restauro ci ricorda che il tempo ci rende deboli fuori e ricchi dentro. Il restauro è un filo invisibile su cui passa questa ricchezza, a cui sono appesi i ritratti e le fotografie di un tempo lontano, e da cui ricavare i valori dei nostri avi e la cultura di un intero popolo per non commettere gli stessi errori, con la speranza di tenere unite le persone di qualsiasi epoca, status sociale e collocazione geografica.

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